LETTERATURA

UNA NOVELLA DI

ELISABETTA MAYO

LA NOVELLA DEL "PICCOLO"

NOTTE
DI
NATALE

    Giuseppe Allegri chiuse, anzi sbattè la porta contro il vento e la pioggia che volevano venirgli dietro e si fermo' sulla soglia. Nel locale non c’era nessuno.
    I tavoli allineati, con la biancheria quasi bianca e con i bicchieri capovolti, traslucidi, sotto la sferzata di luce elettrica erano paurosamente immobili e pallidi.
    Subito Giuseppe Allegri si fermo' sferzato da questa solitudine illuminata e silenziosa più che non lo fosse stato prima sulla strada dalla furia dell’acqua e del vento.
    Fu un attimo d’incertezza.
    Ritorno' verso l’uscio, poso' la mano nervosamente sulla maniglia… si fermo' di nuovo.
    Veniva ora dall’anticucina di quella piccola trattoria di provincia un brusio alto di voci e un allegro tintinnire di bicchieri e di posate.
    Finalmente !
    Qualche cosa di umano c’era ancora intorno a lui in quella serataccia da lupi. La voce del suo prossimo lo toglieva ora da quella specie d’incubo che l’aveva attanagliato fin dalle prime ore di quella notte di Natale.
    Ecco: non aveva il coraggio di entrare, di sedersi; ma qualche cosa lo inchiodava lì sull’uscio: aveva girato tutta la sera sotto la sferza dell’acqua violentissima senza riparo. Aveva girato come se cercasse qualche cosa, qualcuno, e questo forse desiderava il suo cuore tormentato di vagabondo, questo voleva lui l’amante della solitudine e della strada per la sua notte di festa.
    - La voce del suo prossimo. Si, questo certo. ( qualche cosa di caldo, di umido, gli scendeva giù dall’occhio sinistro piano, piano, lentamente ).
    - La voce del suo prossimo.
    Ecco il desiderio che per ore e ore lo aveva spinto, come un pazzo, sotto le zaffate d’acqua e di vento, lungo i marciapiedi deserti, incurante delle pozze d’acqua, del selciato e degli scrosci delle grondaie. Sì, qualche cosa di umano ancora, una voce che lo togliesse dall’incubo di se stesso.
    Il cicaleccio e il tintinnio salivano nel silenzio ora allegramente squarciati da scoppiettio di risate e urla di bimbi.
    Timidamente, incerto, Giuseppe Allegri si fermo' di nuovo nel mezzo del locale, sotto il grande orologio, che lo saluto' ticchettando il tempo, da buon amico.
    Un’altra voce !?     Improvvisamente quel ticchettio come per miracolo gli ricordo' qualche cosa . . .
    . . . Lo stesso locale, come ora, in un’altra sera di festa e, come ora lì, sotto il grande orologio . . .
    L’oste lo sorprese, ancora incerto, con il pastrano chiuso fin sotto il mento e con il bavero alzato.
    Si scosse, domando' da bere.
    Mangiare ?
    No, non aveva fame Giuseppe Allegri, non aveva fame quella sera: un po’ di vino, solo un po’ di vino, perché un nodo strano gli serrava la gola e la lingua nella sua bocca amara, terribilmente amara, era gonfia, legata,, patinosa.
    Senza casa !
    Senza famiglia !
    Solo !
    La sua solitudine era dinanzi a lui terribilmente paurosa.
    Non avere casa, essere soli, nei giorni di festa, in certe ore è terribile.

*

    L’oste lo guardo' incerto preoccupato quasi, poi scrollo' sul ventre enorme, fasciato da un grembiale sudicissimo, le spalle larghe, sorrise bonaccione e gli porto' da bere.
    Il vino biondo era nel bicchiere, rideva sotto la luce bianca della lampada elettrica e gorgogliava nella strettoia della bottiglia desideroso di venir fuori, di spumeggiare; dalla bottiglia al bicchiere, dal bicchiere alla sua gola riarsa; il vino scorreva allegramente scomparendo verso il suo destino. La testa di Giuseppe Allegri era ora come un arcolaio . . . Girava, girava. . . Dall’altra stanza venivano ancora il cicaleccio e il tintinnio allegro della cena di festa.

*

    Un’ altra volta, Giuseppe Allegri, si era rifugiato in quel locale perseguitato dalla solitudine, in un altro giorno, di festa, e non era passato nemmeno l’anno. Si, lì, ora ricordava stranamente tutto . . . Lì aveva trovata lei; Nicoletta, la sconosciuta tutta sola, rincantucciata e tremante come un uccellino senza nido. Anche lui era solo e triste, come ora e così tutti e due “sperduti” si erano trovati, conosciuti e in due ore erano diventati grandi amici.
    Ecco: egli rivedeva ora tutto con chiarita'; come se l’ora bella passata, scomparsa, ingoiata dal tempo, si fosse fermata lì su quel quadrante bianco. L’unica ora dolce della sua vita forse. Era stato lui il primo, preso com’era alla gola da quel pianto senza lacrime che è la malinconia dei soli, a rivolgerle la parola e lei rincantucciata nell’angolo ove sedeva lui ora ( guarda destino ! ) aveva risposto timidamente, stringendosi al petto con tutte e due le mani in croce il suo povero corpetto stinto e intirizzito, senza guardarlo, con gli occhi bassi, quasi affondati nel piatto di minestra che le stava dinanzi. Poi… piano…, la passeretta aveva alzato gli occhi, i suoi grandi occhi grigi, chiari, limpidi e sereni. E l’aveva guardato.
     Allora lui aveva preso coraggio, si era fatto più vicino e le aveva parlato piano ... piano ... dolcemente ...
    Ricordava ora all’improvviso ogni particolare: e i gesti semplici, composti di lei, e la fiamma del suo viso, e gli occhi smisuratamente aperti, larghi, pronti, chiarissimi e sereni.
    - Oh! Il tuffo del suo cuore in quegli occhi! Oh! Il rapido abbassarsi delle palpebre stanche !
    Il suo cuore era rimasto prigioniero di quegli occhi.
    Lei aveva parlato, poi: si chiamava Nicoletta, veniva dalla Capitale a nascondere in provincia i suoi vent’anni, presso una zia vecchia e sola. Era orfana, non aveva altri parenti, pia' prossimi ... e lui ?
    Giuseppe Allegri aveva parlato della sua infanzia, di lui, della sua solitudine; del vagabondaggio irrequieto della sua vita, di nomade ... e la sua anima attraverso la sua parola era apparsa alla fanciulla, un orizzonte sconfinato e luminoso, e nelle sue parole la passeretta si era tuffata come in un cielo aperto.
    Ecco: ora tutto gli sembrava presente, e il caso aveva riportato lui, il viaggiatore, a ricordare l’incontro di non tanto tempo fa.
    Come se il ricordo lo prendesse al pensiero di quell’amore cominciato così in quello stesso locale e durato così poco: Quindici giorni. Una vampata che li aveva avvolti, sconvolti e bruciati lasciandoli poi stanchi, disfatti e sbalorditi dinanzi alla realta' che li aveva divisi nuovamente.
    - Come la corrente unisce e divide poi le cose che afferra e porta con sé alla deriva, così aveva fatto con loro il destino.
    Egli aveva ripreso la sua vita errante di viaggiatore ed ella tutta chiusa in una tristezza senza rimproveri e senza parole aveva cominciata la sua vita modesta e tranquilla presso la zia vecchia e sola. Né mai ella aveva scritto, né mai egli si era fatto vivo con lei.
    Si alzo', il vino nel bicchiere aveva un bellissimo colore caldo dorato: il colore dei capelli di Nicoletta !
    La testa di Giuseppe Allegri girava, girava ...
    Venivano ancora le voci alticce dei commensali dell’altra stanza.
    Era la notte di Natale ...
    Giuseppe Allegri spalanco' la porta del locale, lascio' che il vento l’afferrasse in pieno con le sue mille braccia invisibili e ritorno' sulla strada nera.
    Anche i fanali erano spenti, la pioggia ora pareva cessata, solo di tanto in tanto una specie di nevischio cadeva ancora lentamente e le grondaie gocciolavano ancora ritmando il loro pianto.
    La strada era ancora deserta ma Giuseppe Allegri camminava ora più spedito, meno curvo, sembrava che i suoi passi avessero preso una direzione e che conoscessero bene la strada.
    Da una delle viuzze traverse, nera e misteriosa, sbuco' ad un tratto un cane spelato e magro, gli venne incontro, parve riconoscerlo, e comincio' a guaire con la piccola coda mozza tesa come un dito verso l’alto. Dove aveva egli visto un’altra volta quegli occhi ?!
    Lo riconobbe; era il cane di Nicoletta, il complice della loro felicita'.
    Improvvisamente la campana di una chiesa lancio' sotto il cielo chiuso i primi larghi rintocchi.
    La messa di Natale.
    Alcune donne, ammantellate nei larghi scialli paesani, sbucarono dai portoncini neri e frettolose e raccolte come tante beghine si incamminarono dinanzi a lui.
    Giuseppe Allegri si ricordo' di sua madre, si rivide fanciullo con lei recarsi alla messa di mezzanotte: improvvisamente anche Dio ritorno' alla sua memoria con tutta la sua grandezza infinita e il suo mistero.
    La notte di Natale ! Il Presepe ! Gesù Bambino !
    Gli parve di sentirsi meno solo, gli parve di comprendere, di amare la vita, ed ecco improvvisamente si trovo' dinnanzi alla piccola via così nota al suo cuore.
    Avrebbe ritrovata Nicoletta ?
    Si fermo'; presso l’uscio del suo amore alcune comari cianciavano animatamente.
    Si avvicino', si strinse ben stretto il pastrano e addossato al muro unidiccio e scuro della casa nera trattenne il fiato; sentì che bisbigliavano ora: " Il prete . . . il prete " e subito vide scendere dalla piccola scala della casa di lei, che tante volte aveva salito furtivamente, un sacerdote piccolo e magro. Alla poca luce di una lucerna ad olio che una donna portava davanti a lui per additargli il cammino: Giuseppe Allegri vide i suoi capelli bianchi, come fili di argento, tremare come tutta la persona curva e scheletrita.
    Le comari si piegarono, si segnarono religiosamente in silenzio.
    Una si fece coraggio e domando': - Non c’è speranza ?
    Il piccolo prete ad occhi bassi, stringendosi al petto con le sue povere mani smagrite il "Mistero del Mondo", rispose a capo chino: - Si salva, speriamo.
    Partì un coro dalle donne, un grido solo di gioia. - Nicoletta ! Nicoletta !
    Giuseppe Allegri sentì qualche cosa trapassargli il cuore, Nicoletta moriva? Quale voce misteriosa lo aveva chiamato così nel profondo, quale mano aveva guidato i suoi passi fin sulla soglia della morte ? Ecco perché era venuto.
    Si guardo' intorno per un attimo. Le donne presso la porticina nera e contro il muro facevano capannella e a bassa voce curiosamente non chiamato, ma atteso nell’ora della nativita' e della morte. Salì con rapidita' i gradini tanto a lui noti e in alto s’affaccio' nell’oscurita' della stanza.
    C’era nell’aria greve un odore forte di incenso e un acre odore di medicinali, nella stanza un correre febbrile e un palpitare affannoso e in fondo nel buio il letto bianco si intravedeva appena. Una voce fioca, fioca, gli venne incontro e lo inchiodo' sull’uscio.
    - Sei venuto ? Ti attendevo.
    Nel letto scomposto stravolto qualche cosa di umano si torceva in uno spasimo folle di dolore.
    - Nicoletta ?!
    Chi gli rispose ? Due voci, due urli, un grido e un pianto, uno strappo lacerante e un vagito aperto largo insistente.
    Vibro' una voce chiara distinta nel suo cuore lo afferro', lo scosse: "Padre" ? Iddio rispose. La campana suonava ora a distesa: Mezzanotte.
    Il cuore di Giuseppe Allegri sembro' spezzarsi mentre chiara una gioia serena l’empiva tutto.
    "Padre" ! Sentiva ora, si, sentiva da lungi venirgli incontro un essere nato dal suo seme, si scosse. Una donna lo raggiunse in fretta, tutta armata di fasce e garza e gli disse:
    E’ maschio.
    Chiese di vederlo, si avanzo' piano sino al fagotto deposto sulla culla, lo riconobbe. Istintivamente lo sentì suo, carene della sua carne e improvvisamente scoppio' in un pianto convulso.
    - Figlio ! Figlio mio !
    La campana suonava ancora a distesa.
    Non più solo, non più vagabondo senza meta, non più senza scopo di vita ...
    . . . Giuseppe Allegri in ginocchio per terra, presso la rozza culla, ringraziava Iddio!

ELISABETTA MAYO


FINE

* * *



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